G-washing
Le parole sono così importanti perché sono il ponte tra il nostro labile presente, "esistente", dove le parole le pronunciamo e scriviamo, e due universi non scritti nei quali navighiamo: il passato e il futuro. Questi, visti dal puntino nello spazio e nel tempo in cui siamo, prendono forma solo con le parole. Vale per il futuro, e meno intuitivamente anche per il passato: nonostante le infinite cataste di parole già scritte e pronunciate, anche il passato cambia infinitamente attraverso infinite altre nuove parole.
Sembra strano? Non dovrebbe. L'epoca in cui viviamo ci sbatte in faccia ogni giorno come la costruzione del passato sia usata per influenzare la percezione del futuro e il comportamento nel presente. A maggior ragione questo vale nei momenti più cruciali, la cui interpretazione forma un'impronta profonda: il racconto non si deve condividere, non si deve elaborare insieme: in questo modo sarebbe incontrollabile. Si deve invece dominare. Il suo dominio offre vantaggi impareggiabili, che a molti fanno gola.
L'operazione programmata di distruzione della vita a Gaza è esemplare da questo punto di vista, a cominciare dalla consapevolezza comunicativa di chi la compie. E' vero: la definizione di genocidio si è imposta, e i fatti sono in bella evidenza. Ma questo vale per adesso, forse: il prossimo puntino su cui ci sposteremo è ancora bianco, vuoto di contenuto. La lotta per dare forma al passato, cioè vincolare il presente e scrivere il futuro, carne e sangue di ieri, oggi e domani, non finisce mai.
L'estate è stata un disastro comunicativo, per Israele. Le foto dei bambini malnutriti. La carestia. La fame come arma. Le migliaia di persone uccise dall'IDF mentre chiedevano da mangiare. Qual è il disastro: che se ne parli, e tanto. Un incubo. Persino il gruppo politico più pro-israeliano al mondo, i Repubblicani americani, è scosso. Problema enorme per Netanyahu e i suoi – insieme all'altro: che alla fine a essere scossi siano anche gli israeliani. Quelli che votano. Corriamo ai ripari. Qui serve un po' di g-washing.
Il governo israeliano ha strutture apposite che se ne occupino. Ha agito su due binari.
Da un lato, direttamente - politici e media amici – a negare sistematicamente l'esistenza di una carestia, o che i casi più eclatanti fossero reali. Esempio: le reazioni alla morte della ragazza ventenne nell'ospedale di Pisa.
Dall'altro, indirettamente, con influencer sponsorizzati. Basta pagare: pandori o g-washing. Gli influencer sono stati portati dentro la Striscia (in una piattaforma dell'IDF, luogo fabbricato per narrativa fabbricata). Cosplay: elmetto, mimetica, giubbotto antiproiettile. Attorno, una scenografia di bancali di pacchi di aiuti, belli, puliti, pronti, e fermi. Un po' Striscia la Notizia, un po' video acchiappalike. E poi, nello stesso luogo dove centinaia di veri giornalisti sono stati uccisi per aver fatto il loro lavoro, e dove ai veri reporter è proibito l'accesso, agli influencer è stato offerto lo spazio e date le parole per svelare che: 1) vedete? non c'è nessuna carestia, li stiamo abbuffando di cibo. 2) non arriva? colpa dell'ONU, di Hamas, del mondo infame. 3) qualcuno dice il contrario? è il complotto globale antisemita.
(La responsabilità israeliana nel fallimento del sistema di aiuti è universalmente riconosciuta. L'ha detto persino Giuliano Ferrara – lui sul cibo non transige, si sa. L'ONU ha riconosciuto lo stato di carestia a Gaza: nemmeno Donald Trump ha osato negarlo.).
Loro sì:
https://x.com/XAVIAERD/status/1958286551986958340
qui l'originale.
Questa "visita" a Gaza mi ha ricordato per certi versi quella della Croce Rossa al campo di concentramento di Theresienstadt, giugno 1944. C'erano lì degli ebrei danesi, e il governo di Copenaghen, formalmente indipendente dalla Germania, insistette perché si sapesse qualcosa sulle loro condizioni. Infine i nazisti accettarono. Per ingannare l'ispezione, il campo fu trasformato in un villaggio dei sogni con spettacoli danzanti, casette colorate, attività sportive e giardinaggio, a cui i prigionieri furono obbligati pena la morte. Bello! Ma quali lager, le solite esagerazioni anti-naziste, dissero quelli della Croce Rossa, felici di poter raccontare ai danesi che tutto andava a meraviglia, e quelli felici di crederci. Andati via loro, la scenografia fu smontata (era un campo di passaggio, comunque, non di sterminio), e via tutti ad Auschwitz. Ma prima, già che c'erano, i tedeschi la usarono per girarci pure un film, su come erano buoni con gli ebrei.
A riprova di come la definizione del presente forma passato e futuro, ancora oggi i negazionisti dell'Olocausto citano questo episodio a loro favore: macché Shoah, lo ha detto pure la Croce Rossa! Per quanto valga, ho sempre rifiutato in blocco i paragoni tra Israele e il nazismo. E continuo a farlo. Però non è colpa mia se le operazioni di propaganda israeliane attuali si ispirano a Goebbels.
Ogni “narrazione” si diffonde anche se ci mettiamo a parlarne per negarla, smontarla, sbeffeggiarla. Comunque gira. Meglio tacere allora? No.
Far finta che non accada è peggio. Mettere alla prova l'autenticità delle informazioni che riceviamo è un esercizio fondamentale di cittadinanza critica, che ci rende meno esposti e vulnerabili alla loro costruzione artificiale. Ed è un esercizio continuo. Fare una radiografia di queste operazioni, perciò, può essere utile. Anche per capire il processo mentale negazionista di chi, davanti all'enormità di quanto accade, continua ad adottare il punto di vista di un influencer pagato dal governo israeliano.





