Il corridoio
Perché i leader europei sono tutti in Angola
Sì, okay, ci sono i negoziati tra Russia e Ucraina. Ma tutto lo stato maggiore dell’Unione Europea, inclusi molti capi di governo, è a Luanda. Non esattamente vicino alla linea del fronte in Donbass. Una battaglia ben più cruciale sta infatti infuriando nel cuore dell’Africa: quella per il controllo dei minerali, le immense risorse naturali di cui il continente rigurgita, nel quadro della competizione globale tra Stati Uniti e Cina. L’Occidente sta tentando una (disperata) rimonta sui risultati ottenuti da Pechino negli ultimi anni: e il recupero dovrebbe passare per la rinascita del Corridoio di Lobito.
Il cuore dell’Africa, in particolare un’area che si stende dalle province meridionali della Repubblica Democratica del Congo fino allo Zambia, è un vero e proprio scrigno di ciò che rende avide e insonni le potenze del XXI secolo. Celebre per la presenza di preziosissimo rame - indispensabile all’industria dell’elettronica, che le ha dato il nome di Copperbelt (in giallo nella mappa) - la terra in questione è anche ricca di cobalto, necessario inoltre per le auto elettriche e l’industria aerospaziale. Per non parlare del litio, appena trovato un giacimento da 44 milioni di tonnellate, con cui si fanno le batterie degli smartphone, dei pannelli solari e delle auto elettriche. E’ tutto lì.
Ma si sa come va coi tesori: non sono mai a portata di mano. Negli anni ‘60, con la decolonizzazione, i nuovi stati indipendenti credettero di guadagnare infine qualcosa dalle proprie risorse, prima rapinate dalle potenze europee. La Copperbelt di Congo e Zambia divenne un simbolo di questa aspirazione - ma riuscire a esportare il tesoro non era così facile: le vie erano tutte sbarrate.
Il modo più breve sarebbe stato il treno attraverso l’Angola fino all’Atlantico (in arancione). Terminal Lobito: l’unico porto naturale di acque profonde di tutta la costa atlantica dell’Africa Australe. Ma in Angola la decolonizzazione sfociò nella guerra civile, 800mila morti, trent’anni di lutti: la ferrovia ne fu ridotta ai minimi termini.
Altre strade, allora (in grigio). Per esempio, verso Sud? Escluso: la Repubblica Sudafricana, all’epoca in piena apartheid, e che inglobava anche la Namibia, non avrebbe mai fatto questo favore a uno stato “nero”. Lo stesso valeva per la rotta per il porto di Beira in Mozambico: i proprietari terrieri bianchi che dominavano ancora lo Zimbabwe non avrebbero consentito il passaggio.
Fu allora che la Cina si rivelò come il più inatteso degli amici. Il Paese di Mao Tse Tung era sconvolto dalla Rivoluzione Culturale, era ancora poverissimo e isolato, ma doveva già nutrire 750 milioni di persone, venti milioni di nuovi abitanti ogni anno: decise così di cercare alleati e risorse laddove né Stati Uniti né Unione Sovietica si degnavano di guardare. Divenne il campione della decolonizzazione “nera”.
Fu così che nacque la Tazara (in rosa), TAnzania-ZAmbia RAilway, che avrebbe collegato la Copperland al porto di Dar Es Salaam, sull’Oceano Indiano: il mare-ponte con Cina, al contrario dell’euro-americano Atlantico. Nel 1967 Mao annunciò: “non abbiamo da mangiare per tutti i nostri cittadini, ma siamo pieni di gioia all’idea di costruire quest’opera in nome della fratellanza anti-coloniale e del socialismo pan-africano”. Pechino provvide non solo i materiali, ma pagò tutto in anticipo. Derisa, e poi avversata da Stati Uniti, Portogallo e Regno Unito, la ferrovia aprì nel 1975 - la più lunga dell’Africa a sud del Sahara - riempiendo d’orgoglio l’allora “terzo mondo“, ed entrando direttamente nella storia.
Molto è cambiato in Africa da allora. Chissà però se Mao avrebbe mai previsto che l’Occidente avrebbe tolto le tende dal continente. Il Sahel ha espulso Francia e Stati Uniti con l’aiuto della Russia, mentre le risorse dell’area sono appaltate alla Cina. All’Est e al centro l’influenza cinese è fortissima - tanto che il capoluogo congolese del cobalto, Kolwezi, è una città ormai semi-divorata dalla sua stessa miniera, mentre sull’industria estrattiva piovono decine di investimenti miliardari da Pechino. A meridione, il Sudafrica è stabilmente nell’orbita russo-cinese, e nell’Africa Australe praticamente tutti i porti (vedi mappa) sono per la Cina basi logistiche, infrastrutturali, commerciali o persino militari.
Resta qualche briciola, un villaggio di Asterix. L’Angola negli ultimi anni ha messo in discussione i suoi storici rapporti con la Cina - Paese a cui, comunque, vende la maggior parte del suo petrolio. Luanda, scossa da una grave crisi economica, l’ultimo episodio ha visto rivolte diffuse e assalti alle attività dei cinesi, visti come sfruttatori che hanno sommerso di debiti il Paese, è tornata a parlare con Europa e Stati Uniti. Il presidente angolano Joao Lourenço è stato l’unico capo di stato africano a non essersi recato a Pechino per il summit Cina-Africa del settembre 2024. L’unico: villaggio di Asterix. Ma vista la posta in gioco, quei minerali a cui può garantire l’accesso con il Corridoio di Lobito, ha trovato subito orecchie interessate. Dov’è che si è svolto il summit USA-Africa nel giugno 2025? A Luanda.
Il corridoio al momento non è altro che una doppia linea nel deserto. Qualche stazione, chioschi polverosi, polli e capre che attraversano i binari, mercati improvvisati per i pochi viaggiatori. La ferrovia è in decadenza da mezzo secolo. Ma ora l’Angola ne ha affidato la concessione a un consorzio europeo, al cui capo c’è una multinazionale svizzera dello sfruttamento delle risorse naturali: Trafigura. Azienda conosciuta da quelle parti: soprannominata l’inevitabile, già aveva fornito l’asfalto per coprire tutte le strade angolane, e poi s’era impossessata di tutti i contratti di esportazione degli idrocarburi nazionali - che rivendeva agli angolani una volta raffinati. Un tribunale di Ginevra ha stabilito che l’affare era costato 5 milioni di dollari di bustarelle (e ne aveva resi 143 di profitti). Poco importa: dal 2022 Trafigura ha ottenuto, dagli stessi funzionari, battendo la concorrenza cinese, anche il Corridoio di Lobito, per trent’anni.
Ora bisogna renderlo funzionante. E’ per questo che i dirigenti europei e americani fanno la fila, a Luanda. Joe Biden, lo scorso anno, ha promesso 500 milioni. Donald Trump durante il suo primo mandato aveva definito gli stati dell’Africa “shitholes“: deve aver cambiato idea, se quest’anno ha quintuplicato la promessa di Biden - senza che comunque sia arrivato nemmeno un cent, finora. Sono invece arrivati i dazi e la fine degli aiuti allo sviluppo. Ma anche l’accordo di pace tra RDC e Ruanda.
Il rifacimento del Corridoio, su cui anche la UE si impegna a puntare 2 miliardi, prevede un bypass che punta dritto su Ndola, nello Zambia. Qui il presidente Hakainde Hichilema vuole quadruplicare la produzione di rame: KoBold, la società che cura la ricerca e lo sviluppo dei nuovi giacimenti, è finanziata dalla Silicon Valley, e li trasporterà via Lobito.
Perso il Corridoio, la Cina è corsa ai ripari proponendo subito 1,4 miliardi per riammodernare la storica Tazara, semi-abbandonata da quando l’apartheid è finita.
Molte linee, lo mostra la mappa, si dipanano dal cuore dell’Africa, come un asterisco che segue le linee della terra e del sottosuolo. Non solo infrastrutture di trasporto, non solo assi di collegamento, ma soprattutto traiettorie di influenza: strumenti di controllo delle grandi potenze dell’economia mondiale. A proposito di Ucraina, anche la generosa pace offerta da Washington a Mosca va letta in quest’ottica: il tentativo di sciogliere l’abbraccio tra Russia e Cina.





Complimenti per la mappa, eccezionale.
Very well written. Right on the mark.