Il derby
Non quello di calcio della capitale, ma quello della cartografia ottomana.
Fatichiamo a ricordarcelo, tra appassiti ricordi scolastici, eppure è così: l'impero più prospero d'Europa e del Mediterraneo tra il '500 e il '600 si stendeva dall’Ungheria allo Yemen, dall’Algeria al Caucaso, e aveva sede a Costantinopoli.
L'Europa avrebbe avuto il monopolio delle mappe nell'età moderna: ciò avrebbe testimoniato della sua acquisita superiorità tecnica. Ma se ancora non ce l'aveva ai tempi del Rinascimento, il merito fu di due uomini: Matrakçı Nasuh e Piri Reìs.
Due stili, due modi di vedere il mondo, due vite - molto diverse, quasi opposte.
Matrakçı era uomo di terra. Nato nel 1480 in un villaggio della Bosnia, fu reclutato dall'amministrazione ottomana - succedeva allora: nei paesini delle province dell’Impero, i migliori venivano scovati, sottratti alle famiglie, convertiti all’Islam, e spediti a lavorare nell'apparato statale.
L’intuizione dei talent scout di Costantinopoli fu azzeccata. Matrakçı era un genio eclettico. Si occupò di ingegneria militare e tecniche matematiche - che furono usate per secoli. Amava scrivere la storia, e già che c'era, ogni volta che passava in una città, la riproduceva su carta. In questo fu senz’altro e pienamente uomo del Rinascimento - d’altronde, il genio eclettico per eccellenza Leonardo da Vinci era suo contemporaneo.
Solimano il Magnifico lo adorava - lo faceva venire a palazzo tutte le volte che c’era una festa, per esempio quando faceva circoncidere i figli, e a lui toccava esibirsi davanti a tutta la corte. Ebbe anche l’onore di illustrare la biografia ufficiale del Sultano, il Süleymanname.

Ma il suo capolavoro è senz’altro la capitale imperiale, Costantinopoli: bellissima ma non proprio precisa, un po' squadrata, con prospettiva mutevole - ossia girando l’immagine alcuni elementi sono visibili di fronte, altri no. Sulla metropoli si cimentò anche il suo “rivale” Piri Reìs - a confronto qui sotto.






Piri, al contrario, era uomo di mare: nato nel 1470 sulle rive turche dell'Egeo, entrò subito nella flotta imperiale grazie allo zio Kemal, che era ammiraglio e corsaro. Conosceva il Mediterraneo come la sua vasca da bagno, e a trent’anni s’era fatto già due battaglie di Lepanto (anche se la più famosa sarebbe arrivata dopo). Come ogni reduce, passava il tempo a rimuginare sulla guerra conclusa; a un certo punto decise che all’Impero mancava qualcosa.
Pubblicò così un favoloso atlante, fatto a mano (consultabile qui), di tutte le coste d'Europa e Africa. Nella seconda edizione, anche l'America, che si fece raccontare dai navigatori spagnoli, era solo il 1513! Nelle sue carte la precisione e l'aderenza alla realtà sono davvero elevate, specialmente nei disegni euro-africani, ma non mancano tratti artistici e naturalistici, oltre a uno stile “a morso” davvero unico.


Fatto l’atlante, Piri tornò sul mare, di guerra in guerra, contro i Veneziani e i principi cattolici che sfidavano la supremazia ottomana sul Mediterraneo orientale. Il Sultano lo mandò poi in scenari più lontani, dove già gli interessi della geoeconomia mondiale si stavano spostando. Come capo della flotta asiatica recuperò lo Yemen ai Portoghesi, già allora porta del Mar Rosso dall’immenso valore strategico, e poi si spostò nel Golfo Persico, dove piantò le insegne imperiali sullo stretto di Hormuz, sul Bahrein e sul Qatar. Ma la guerra finì male - succede - e rientrato al Cairo, Piri fu decapitato per ordine del Sultano.
Vite diverse, fini diverse, ma stesso oblio: col declino dell'impero e dell’influenza ottomana, con l’ascesa delle potenze europee e del bagaglio cultuale e ideologico che portavano con sé, i due finirono nel dimenticatoio.
L'incredibile opera di Piri fu ritrovata soltanto per caso, dietro a uno scaffale a Istanbul nel 1926. Ora è custodita nel museo Topkapi - che lui aveva già mappato mezzo millennio prima.

