Il martire
Prima del 10 settembre non avevano mai parlato di Charlie Kirk. Molti non sapevano neanche chi fosse. Ma da giorni l’internazionale dell’estrema destra ha trovato il suo nuovo mito: un processo di costruzione ideologica che ci dice molto sui meccanismi attuali di identità ideologica e di consenso.
Kirk, figlio d’Italia
Qualche elemento di contesto è sempre utile. Negli Stati Uniti, la violenza politica è in crescita; è un fenomeno evidente. Uccisi la deputata democratica del Minnesota Melissa Hortman e suo marito, e feriti un altro deputato democratico e sua moglie - da un assassino che aveva in auto una lista di 70 nomi di politici favorevoli all’aborto. Ferito un funzionario dell’ICE (l’ufficio immigrazione) davanti a un centro di detenzione in Texas. Data alle fiamme la casa del governatore della Pennsylvania Josh Shapiro, con lui e la famiglia dentro. Bruciata pure la sede del Partito Repubblicano in New Mexico. Questi sono solo alcuni degli episodi del 2025. E il 2024 mica aveva scherzato: come casi più clamorosi, l’attentato a Donald Trump in campagna elettorale, in luglio, e l’omicidio - senz’altro politico - di un CEO di una compagnia di assicurazioni sanitarie, da parte di Luigi Mangione, in strada a Manhattan, in dicembre.
Mai - nemmeno quando fu preso di mira Trump - i membri dell’internazionale nazional-populista di estrema destra avevano avuto reazioni aggressive, né tantomeno coordinate, né avevano tentato una politicizzazione dell’evento. “Seguo con apprensione gli aggiornamenti dalla Pennsylvania, dove il 45esimo Presidente degli Stati Uniti Donald Trump è stato colpito durante un comizio. A lui la mia solidarietà e i miei auguri di pronta guarigione, con l’auspicio che i prossimi mesi di campagna elettorale possano veder prevalere dialogo e responsabilità su odio e violenza.” Questa la dichiarazione istituzionale di Giorgia Meloni dopo l’attentato a Trump.
Stavolta, la presidente del Consiglio italiano ha avuto un atteggiamento ben diverso: sono già tre i tweet che ha dedicato alla questione. Il primo in cui si dichiara “sconvolta”, ed esprime la sua vicinanza (dunque è una posizione del governo italiano) alla famiglia della vittima. Il secondo mostrando l’immagine pubblicata su un profilo di un’associazione studentesca semisconosciuta con Kirk a testa in giù - il riferimento è a Mussolini - commentando con “non ci faremo intimidire“ - e senza dire noi chi: noi Italia, noi fascisti, noi democratici? Il terzo, che è un estratto del suo discorso al festival nazionale dell’UDC, in cui dedica ben tre minuti alla figura di Charlie Kirk - dipingendolo come un martire del libero pensiero e accusando “la sinistra” più o meno di non essere triste della sua morte, e l’”antifascismo” di essere ipocrita e violento.
Giorgia Meloni non aveva mai nominato Charlie Kirk prima di due giorni fa su un social o su altri media. E sull’assassinio della deputata democratica in Minnesota di pochi mesi fa non aveva detto nulla. Lì il nostro Paese non aveva preso alcuna posizione, né espresso cordoglio, stupore, rabbia. Nessuno era stato accusato di non essere abbastanza triste.
Questa reazione è freddamente calcolata, e parte di una strategia di ampio raggio. Lo dimostrano sia i giornali di area, che all’unisono dicono la stessa cosa
E - incredibile - senza che nessuno abbia davvero ancora elementi sufficienti a ricostruire le idee politiche di Tyler Robinson, il killer 22enne, e le motivazioni del suo atto, se non che venisse da un contesto familiare e locale ultraconservatore - i Mormoni dello Utah - e politicamente tutto schierato con Trump, dai nonni ai genitori. Anzi: l’unica cosa chiara è proprio che non si trattasse di un “militante” come lo intendiamo noi.
Je suis Charlie
Ma lo dimostrano soprattutto le reazioni del resto dell’estrema destra europea - ben ricostruite qui da Le Monde. In sintesi:
In Francia, Jordan Bardella, presidente del Rassemblement National, ha commentato: “La retorica disumanizzante della sinistra e la sua intolleranza alimentano la violenza politica. Nessuno può più ignorare questo veleno che ammorba le nostre società democratiche“. “Il suo nome resterà nella storia come martire di una civiltà che non ha ancora detto la sua ultima parola“, ha scritto Laurence Trochu, vicino a Marion Maréchal, altra esponente chiave dell’ultra conservatorismo francese e della famiglia Le Pen. Damien Reu, consigliere di Maréchal, ha esortato la destra a usare politicamente l’omicidio. Poco dopo Sarah Knafo, europarlamentare dell’altra lista dell’estrema destra francese, questa più islamofoba, Reconquête - e compagna del suo fondatore Eric Zemmour - ha ufficialmente proposto Kirk per il Premio Sacharov - un riconoscimento che il Parlamento Europeo offre ogni anno in nome della libertà di pensiero. Il primo, nel 1988, fu dato a Nelson Mandela. L’ultimo, all’opposizione democratica in Venezuela.
Pur senza dirlo (troppo) apertamente, la sinistra è additata come responsabile. In Regno Unito, Nigel Farage - leader di Reform UK - ha reso omaggio alla morte “di un amico”, la cui scomparsa sarebbe il simbolo di una libertà di espressione in pericolo. “Un padre, un cristiano, un conservatore” - ha deplorato Farage, che lo ha commemorato nel parlamento inglese. Dall’Olanda Geert Wilders, leader del Partito per la Libertà, il più votato del Paese, ha ricordato “il coraggio“ di Kirk nel pronunciare “parole che valgono anche per l’Europa: l’Islam è la spada che la sinistra usa per sgozzare l’America”. Sullo stesso tenore i commenti dalla Scandinavia - l’eurodeputato danese Morten Messerschmidt ha osato “Je suis Charlie“, mentre gli svedesi si chiedono quando la sinistra comincerà a sparare pure da loro.
In Germania, gli esponenti di Alternative fuer Deutschland, il partito di estrema destra esplicitamente sostenuto da Trump (e da Putin) si sono lanciati in commemorazioni dello stesso tenore. “Un combattente della libertà di espressione ucciso da un fanatico che detesta il nostro modo di vivere e di dibattere“, ha detto Alice Wiedel, leader del partito - pochi mesi fa aveva detto, dibattendo insieme a Elon Musk, che Hitler “era un comunista”. La deputata Beatrix von Storch ha proposto “Santo Subito” al nuovo papa che pare ben lanciato sulle canonizzazioni, promuovendo poi una veglia per Kirk a Berlino. Un altro deputato, Björn Höcke, ha accusato esplicitamente: “quando la sinistra non ha argomenti, ecco cosa fa, abusi giudiziari, violenza, ora un attentato“.
Questo parallelo è adottato anche da Francesco Giubilei, presidente della Fondazione Tatarella, legata a Fratelli d’Italia, letteralmente scatenato sull’argomento. Prima di chiedere alle femministe perché non dicono una parola “sulla sofferenza della moglie di Charlie e la sua compostezza nel lutto”, anche lui traccia la linea: “Charlie Kirk assassinato, Bolsonaro condannato a 27 anni, Trump scampato per miracolo a un attentato, a Marine Le Pen è impedito di candidarsi, a Georgescu hanno annullato elezioni. Dalla strada giudiziaria all'omicidio politico tutto è lecito per far fuori la destra.” - individuando quindi mandanti, mezzi e moventi di una cospirazione politica internazionale, portando come prova l’incisione di Bella Ciao su una pallottola.
Fare fumo, fare punti
Ma qui non ci interessa troppo la fondatezza dell’accusa - è ridicola. Né il fatto che sia estremamente provocatoria, come mirata a spingere qualcuno che è davvero di sinistra a seguire le orme di Robinson, per confermare la teoria del complotto, o almeno spingere la sinistra su un terreno giustificazionista, che mantenga il dibattito acceso e nella cornice decisa dalla destra. E in più fragilissima, basata com’è sugli orientamenti di una persona su cui ancora si sa ben poco.
Ma capire perché l’omaggio a Kirk non è una semplice commemorazione, un gesto di vicinanza, ma un’operazione mirata alla ricostruzione ideologica dei fatti, e alla permanenza e polarizzazione dei media e dell’opinione pubblica sull’argomento.
Abbiamo notato come in Italia i tromboni della propaganda siano suonati molto forte: questo perché in nessun altro Paese d’Europa la corrente che piagnucola perché la sua libertà di espressione sarebbe minacciata ha il controllo della tv di stato, della maggior parte della tv commerciale, e di una sfera di media di altro tipo, inclusi svariati giornali, che ne amplifichino la portata come da noi. E anche perché il nulla in cui galleggia il nostro governo è così enorme che ogni scusa è buona per guadagnare qualche giorno a parlare d’altro.
Ma la risposta così univoca e unidirezionale mette in evidenza un’ulteriore dimensione. E cioè: il 2025 finora è stato un anno disastroso per il fronte ultraconservatore europeo. Una catastrofe narrativa che bisognava assolutamente interrompere.
Da un lato le delusioni legate a Trump: il presidente che doveva far finire le guerre “della sinistra”, a cominciare dall’Ucraina. Che non solo si rivela incapace di farlo, ma si rivela un figuro indifendibile, buffonesco e cialtrone (per quanto pericolosissimo), che per di più si diverte a martellare proprio sugli unici che non gli si ribellano mai: gli europei. E dagli altri, Russia, Cina, Israele… fa la collezione di schiaffi. Dopo pochi mesi la carta Trump, ma vi ricordate con quanta protervia la mostravano, è praticamente radioattiva.
E dall’altro Gaza: non va dimenticato che l’internazionale dell’estrema destra europea è la più accanita tifosa del suprematismo genocida incarnato da Netanyahu e camerati. Il suo partito, il Likud, è addirittura membro osservatore del gruppo ultraconservatore dei Patrioti al parlamento europeo. Ed è oggettivo: la mobilitazione pro-Palestina stava togliendo aria alla piagnucolosa contestazione permanente organizzata dall’estrema destra. Chi ha viaggiato nell’estate del 2025 in Europa si è potuto rendere conto che ovunque un tratto distintivo accomuna un continente con tante differenze: la solidarietà con i palestinesi. Spontanea, diffusa. Una mobilitazione che ha davvero rotto barriere e distinzioni abituali - e lo ha fatto nonostante i partiti tradizionali della sinistra europea, non certo grazie a loro. Un’enorme movimento trasversale che ha oggettivamente sottratto spazio politico e mediatico all’agenda dell’estrema destra e alla sua pretesa di monopolio della rabbia giovanile - tema ricorrente con Kirk - ma anche personale e sociale in generale.
Quella per il controllo e l’utilizzo dell’ira: la competizione politica del XXI secolo.
L’uccisione di Kirk ha dato alla destra un’occasione per recuperare punti, e l’hanno colta - perché loro, a differenza di una sinistra politica europea dai riflessi appannati, non sempre ma spesso, la regia ce l’ha. E non gli manca certo la paura di sporcarsi le mani. Giorgia Meloni: tre tweet su Kirk in tre giorni, tre tweet su Gaza in tre mesi. La martirizzazione in corso serve poi anche ad avere un argomento, invece che essere costretti a tacere, la prossima volta che saranno accusati di complicità nei crimini di Israele: “ipocriti, non potete parlare voi, che avete Kirk sulla coscienza”.

“L’omicidio di Charlie Kirk è una ferita profonda per l’America, per la libertà di pensiero, per la democrazia. Un pensiero innanzitutto alla sua famiglia: aveva solo 31 anni, lascia due figli e una scia di dolore profondo. E oggi più che mai deve alzarsi un messaggio unanime e condiviso contro la cultura dell’odio e contro la violenza politica. Sempre e ovunque” - chi era questo? Matteo Renzi che sale sul carro. Sarà pure sempre e ovunque, ma in giugno non spese una sola parola sull’omicidio della deputata democratica in Minnesota. E quando gli chiesero che pensava delle commemorazioni per George Floyd, rispose che il suo dovere era “occuparsi di cose per cui mi pagano lo stipendio”.
Anche per lui, sicuramente meglio parlare di questo che dell’ennesimo Paese bombardato da Israele, o dell’annessione della Cisgiordania. O del fatto che molto presto ci renderemo conto che i morti nella Striscia superano le centinaia di migliaia.



