Il tesoro
Il nostro sguardo, il punto da cui guardiamo e i confini che diamo alla nostra visione condizionano la nostra percezione - in maniera enorme. Dovremmo tenerlo sempre presente, e invece un’esperienza tanto soggettiva quanto quasi sempre intesa come naturale, la più naturale di tutte.
Che significa? Negli ultimi secoli, lo sguardo europeo sul mondo è stato condizionato da due caratteristiche sulle mappe attraverso cui ci facciamo le nostre idee. Una visione Ovest/Est (con l’Europa al centro), che continua a influenzarci anche ora che i due blocchi non ci sono più. E l’assenza quasi assoluta delle regioni polari.
Attenzione alle conseguenze delle assenze: già il modo in cui vediamo non è affatto oggettivo (potrebbe mai esserlo davvero? domanda per un altro post). Ma quello che escludiamo conta ancora di più. Ad esempio se googliamo “map of Europe“, i risultati ci restituiscono un continente rappresentato concedendo uno spazio straordinario al suo Settentrione, ma in cui il Mediterraneo sembra una specie di margine, non se ne vede la sponda meridionale o orientale, manca del tutto il Levante, e gran parte del mondo arabo. Mi sono spesso chiesto se l’incapacità dell’establishment europeo di vedere Gaza, dimostrata in questi due anni, abbia a che fare col non averla effettivamente mai vista sulle mappe in cui ci descriviamo, definiamo, studiamo e identifichiamo.
Per capire ciò che ci succede attorno abbiamo dunque urgente bisogno di nuovi punti di vista. Lasciamo stare il piano e i coriandoli in cui lo riduciamo, e torniamo alla sfera. Se ad esempio disegniamo il nostro pianeta visto dall’alto, ne esce una mappa che probabilmente ci risulterà sorprendente. Ho provato a farne una versione anch’io, eccola:
Sorprendente come una mappa del tesoro. Cos’è quella striscia nera, quella cicatrice che sta in cima al nostro pianeta? E’ la Dorsale di Lomonosov - lo scrigno del tesoro. Una catena montuosa sottomarina lunga quasi 2mila km e alta 3mila metri, che si è formata una sessantina di milioni di anni fa, quando le placche continentali di Asia e America hanno deciso di separarsi. Lì sotto ci sono idrocarburi (petrolio e gas), ma soprattutto una massa considerevole di quella miriade di minerali che si stanno rivelando così fondamentali per il funzionamento del mondo di oggi (semiconduttori, auto elettriche, batterie, caccia a reazione…), e che vanno sotto il nome di terre rare. Proprio l’altro ieri Donald Trump ha minacciato di daziare quelle cinesi, perché la Cina ha introdotto nuove regole per tenerle fuori dal mercato: la Cina controlla oggi il 70% della produzione mondiale di terre rare grezze, e il 90% di quella di terre rare lavorate e magneti contenenti terre rare. Cosa cambierebbe sfruttando quelle del Polo Nord?
Le parti colorate al centro della mappa testimoniano della corsa all’Artico che è già in corso una decina d’anni - sono le aree che i diversi Paesi reclamano sotto il proprio controllo, benché al di fuori del limite delle 200 miglia nautiche che sancisce la fine delle Zone di Esclusività Economica (ZEE), dove è permesso il libero sfruttamento delle risorse, e l’inizio di quelle internazionali, dove non è permesso.
Una corsa condizionata da vari fattori.
Per prima cosa, la presenza fondamentale della Russia. D’altronde, sono stati loro (i sovietici, per la precisione) a scoprire la Dorsale nel 1948, quando la trovò una spedizione chiamata Nord. Nel bianco infinito e piatto, sotto raffiche di vento micidiali - le stesse che avevano spazzato via la spedizione di Umberto Nobile e il suo dirigibile vent’anni prima - gli scienziati stavano anche loro tentando di disegnare una mappa piuttosto insolita: quella dei fondali artici, scandagliati con il sonar. La scoprirono e le diedero il nome di Lomonosov, uno dei padri della scienza russa, nato nel 1711 da una famiglia di pescatori di Arcangelsk, sul Mar Bianco: un genio eclettico cresciuto sotto il segno del Polo Nord, che mentre elaborava la legge della conservazione della materia prima di Lavoisier scriveva poesie e inventava tecniche di mosaico. E disegnava mappe: mappe su mappe dell’Artico.
La Russia guarda in quella direzione da trecento anni - e la centrale nucleare galleggiante aperta nel 2019 da Rosatom sulle acque del Mar Glaciale porta il nome di Akademik Lomonosov. Sulle rive settentrionali la Russia ha costruito negli anni decine di basi militari, alcune sono sulle mappe altre no, ha trovato immense quantità di gas e petrolio, ha costruito la più grande flotta di rompighiaccio del mondo (alcune a trazione nucleare). Il 20% del suo pil oggi si genera a nord del Circolo Polare Artico, diventato uno dei nodi di geopolitica più rilevanti del pianeta.
I giacimenti di idrocarburi russi, a cominciare dai super giants della Penisola di Yamal, andavano infatti tradizionalmente a soddisfare la sostanziosa domanda europea. Ma con la guerra in Ucraina, non più. Per sostituire davvero la fornitura prima destinata all’Europa con una che serva Cina e India servirebbero anche gasdotti e oleodotti a gran capacità: non ci sono. All’inizio di settembre però sembra che Xi Jinping e Vladimir Putin si siano finalmente accordati sulla costruzione di Power of Siberia 2, il gasdotto russo-cinese che potrebbe cementare ulteriormente l’intesa tra Mosca e Pechino. Sappiamo bene quanto i flussi di energia costruiscano (o disfacciano) legami politici.
Inoltre, il progressivo scioglimento dei ghiacci offre un ulteriore doppio vantaggio alla Russia. Intanto permette di esportare gas liquefatto per via marittima, in qualsiasi direzione e senza dover dipendere dai gasdotti. E poi ha già permesso alla Cina di aprire una rotta marittima commerciale dai suoi porti a quelli del Nord Europa: un tragitto che dura la metà del tempo necessario di quello in uso finora, e che è al riparo dal rischio strozzamento, per conflitti presenti o futuri, dello Stretto di Malacca, di quello di Bab-el-Mandeb e di Suez.
L’altro lato della banchisa polare, quello che poggia sulle coste dell’Alaska e del Canada, è molto più complesso da attraversare, e presenta un livello di scioglimento dei ghiacci minore - oltre al fatto che Stati Uniti e Canada insieme non hanno nemmeno un terzo delle rompighiaccio russe: non è dunque sfruttabile per questi fini. In generale, la parte “occidentale” dell’Artico è molto sguarnita - di giacimenti, di basi, di porti, di rotte - se paragonata a quella russa. Sia il sistema produttivo del Canada che quello di Danimarca e Norvegia è proiettato quasi completamente a Sud.
La Russia considera “sua” la Dorsale di Lomonosov. Nel 2007, due batiscafi sono scesi a 4000 metri di profondità per poggiare sul fondo artico un oggetto di titanio: una bandiera della Federazione Russa. La Dorsale è un prolungamento della piattaforma continentale siberiana, dicono da Mosca, quindi abbiamo diritto di estendere la ZEE fino a 350 miglia. No, è un prolungamento della Groenlandia, ribattono i danesi. Macché, è un’estensione dei nostri arcipelaghi, sostengono in Canada.
Gli Stati Uniti, che non hanno firmato per l’opposizione della presidenza Reagan il Trattato di Diritto Internazionale del Mare, stipulato all’ONU nel 1982, e che contiene i regolamenti che i tre Paesi interpretano, vogliono comunque anche loro un allargamento davanti all’Alaska. O, nel caso, l’annessione di Canada e Groenlandia - un altro motivo per spiegarle: ribattere le pretese russe nei tribunali internazionali.
Nel frattempo, la Cina ha pubblicato per la prima volta nel 2018 un documento in cui si definisce “stato quasi artico“. Gli occhi puntati verso Nord stanno decisamente aumentando.





