In comune
Iran, Venezuela, Nigeria
Non saranno 4.850 come cantava Daniele Silvestri, ma possiamo trovare molte cose in comune tra i Paesi che gli Stati Uniti di Donald Trump hanno messo nel mirino - non è una metafora eccessiva - della loro politica estera. Tra tante differenze, capire cosa accomuna luoghi tra loro lontani come Iran, Venezuela e Nigeria ci aiuta anche a decifrare il motivo per cui Washington gli dedica tanta attenzione, e per cui, proprio qui e non altrove, è disposta all’utilizzo unilaterale e diretto della forza.
1. L’impiego delle armi.
Nel caso dell’Iran, messo in pratica: ricordiamo gli attacchi compiuti dagli Stati Uniti - insieme a Israele - in giugno. Operazione Martello di Mezzanotte - nessun morto per mano americana, un migliaio per mano israeliana.
Nel caso del Venezuela, ventilato come opzione concreta e imminente: parte della flotta americana, ossia il dispositivo militare marittimo più grande del mondo, si sta raccogliendo davanti alle coste del Paese caraibico, e ha attaccato navigli di piccola taglia (i morti civili sono per ora qualche decina).
Nel caso della Nigeria, ancora solo minacciato: lo stesso Donald Trump ha annunciato di aver chiesto al Pentagono di valutare l’uso della forza contro il più popoloso Paese africano.
2. Il carattere pretestuoso del casus belli. Okay, sono pretestuosi per definizione. Ma qui siamo lontani dagli interessi immediati o dalle esigenze di sicurezza degli Stati Uniti - siamo addirittura su altri continenti - e si tratta di Paesi relativamente piccoli, non di super-potenze.
Per l’Iran si è parlato di impedire lo sviluppo del programma nucleare - un programma che la stessa intelligence USA poco prima dichiarava fermo da anni, certificando poi gli effetti soltanto superficiali dei bombardamenti.
Per il Venezuela si parla di guerra ai cartelli della droga - ma oggettivamente nemmeno serve l’intelligence in questo caso: non ci crede nessuno. La prima amministrazione Trump provò già a rovesciare il regime di Maduro nel 2019, e fu un fiasco. Nel 2002, all’epoca c’era un altro Repubblicano, George W. Bush, alla Casa Bianca, fallì (dopo 47 ore dall’inizio) anche il golpe contro Hugo Chavez - azione per la quale la regia degli Stati Uniti non è provata; ma è un fatto che Washington riconobbe il nuovo presidente, Pedro Carmona, già poche ore dopo la momentanea deposizione di Chavez.
Per la Nigeria, Trump ha parlato di “stragi record di cristiani” e “minaccia esistenziale per il cristianesimo“ per colpa di gruppi terroristici islamici come Boko Haram o l’ISIS. Ma nel Paese dove il terrorismo di matrice religiosa fa migliaia di vittime da decenni, i dati dicono che non c’è alcun “record“ in corso, siamo per fortuna in declino, e che anzi, le violenze di quei gruppi, spesso degenerate in guerriglie per il controllo del territorio, prendono di mira in maggioranza i musulmani, e non sono affatto dirette, di per sé, contro i cristiani.
3. Il petrolio. Tre colossi sia della produzione che delle riserve mondiali di idrocarburi. L’Iran è il sesto produttore mondiale di petrolio, il Venezuela ha le riserve più grandi del mondo (l’Iran è terzo in questa classifica), la Nigeria è il più grande produttore africano. Tutti e tre hanno anche importanti giacimenti di gas.
4. Ma siamo più precisi. Parliamo di scelte commerciali.
Il petrolio iraniano è venduto all’89% alla Cina. Nel 2017 questa quota oggi stratosferica era ferma al 25%, ma poi arrivarono le sanzioni di Trump - l’obiettivo, esplicitato, anche allora era il rovesciamento del regime. Il governo iraniano, invece di cadere come urlavano i tweet presidenziali, cambiò acquirente.
Anche la produzione venezuelana è influenzata dalle sanzioni, oltre che dalle terribili condizioni in cui versa il sistema produttivo del Paese, quasi allo sfascio. Tuttavia, l’industria petrolifera è in ripresa - o era, dato che le navi cariche di barili di petrolio ora si trovano di fronte lo sbarramento della flotta USA. Primo cliente? La Cina. Per inciso, la decisione di Chavez di nazionalizzare la produzione di idrocarburi fu il detonatore del colpo di stato che il capo bolivarista subì allora.
Il petrolio nigeriano, invece, prende quasi sempre la strada dell’Occidente. Almeno per ora. Le relazioni commerciali con gli Stati Uniti infatti si stanno guastando a velocità sostenuta: quasi dimezzate solo negli ultimi mesi. Il 30 settembre, un mese prima delle gravissime preoccupazioni improvvisamente espresse da Trump sui cristiani nigeriani, dopo 25 anni è scaduto l’AGOA, il trattato commerciale tra USA e svariati Paesi africani di cui il più importante è la Nigeria. Non è stato rinnovato perché la Casa Bianca ritiene che questi stati l’abbiano tradita, mettendosi in affari con… esatto. I rapporti economici tra Paesi AGOA e Pechino quadruplicano in valore quelli con Washington; erano alla pari solo 15 anni fa. La Nigeria, per di più, abbonda di preziosissime terre rare: e indovinate un po’ chi ha preso le difese del Paese africano, e dei suoi investimenti miliardari nell’industria estrattiva?
5. Il valore di esempio. Sappiamo bene che l’uso della forza è anche un modo per comunicare un messaggio. L’azione infatti non si esaurisce tra chi il potere lo esercita e chi lo subisce, ma riguarda anche - forse persino di più - chi assiste alla punizione.
Nel caso mediorientale, tutta una schiera di Paesi più o meno recalcitranti rispetto ai Piani americani per la regione: a cominciare dalla Turchia, ma certo includendo anche gli alleati regionali di Teheran, dallo Yemen all’Iraq. Non per niente il siriano Ahmad al-Sharaa è stato appena ricevuto con tutti gli onori a Washington, da Trump in persona: il passaggio della Siria alla sfera pro-occidentale, diciamo così, val bene il condono del passato qaedista del nuovo capo, che in passato aveva una taglia USA di 10 milioni di dollari sulla sua testa. Dovrà garantire che all’influenza dell’Iran non si sostituisca quella di Ankara, e che Mosca ne resti fuori.
Nel caso latino-americano, la pressione USA (con l’autorizzazione alla CIA ad agire in territorio venezuelano) va a rinnovare un passato in cui la deviazione dalla linea politico-economica di Washington risultava proprio in colpi di stato militari, dittature e cruente repressioni. La flotta americana, con 10mila soldati, non guarda solo le coste venezuelane, ma anche quelle della Colombia, il cui capo dello Stato Gustavo Petro è stato già messo nella lista degli indesiderati e sanzionato dalla Casa Bianca. Il presidente colombiano ieri, alla COP30, ha lanciato un attacco durissimo a Trump e alla lobby del petrolio, definendola come inumana e immorale e additandola come vera responsabile del fallimento alla lotta contro il riscaldamento globale.
Nel caso africano, gli Stati Uniti non si trovano solo a constatare la profondissima penetrazione economica cinese, ormai incontrollabile, di cui la Nigeria è caso emblematico, visto che accoglie da sola quasi il 10% degli enormi interessi di Pechino in Africa. Ma lo scorso anno, con l’espulsione dalla base che avevano in Niger per opera della nuova giunta militare anti-occidentale, registrano anche l’inattesa perdita di influenza militare su un Sahel più turbolento che mai - in contemporanea all’uscita definitiva della Francia.
6. L’ingresso nei BRICS. Spesso sminuita, l’alleanza fondata da Cina, Russia, Brasile, India e Sudafrica colleziona in realtà nuovi membri. Come l’Iran: gennaio 2024. O la Nigeria, da gennaio 2025 con lo status di “partner privilegiato”. O il Venezuela, la cui adesione è però bloccata dal veto brasiliano. Gli Stati Uniti sono impegnati a illustrare al mondo che questa decisione ha un costo.
7. Infine, ma che non guasta mai, il guadagno politico interno. A cominciare dal soddisfare uno dei più grandi sponsor del trumpismo.
L’attacco all’Iran può raccogliere il consenso di molti nell’opinione pubblica americana, sia tra i filo-israeliani, che tra gli anti-islamici, che tra i convinti che il regime di Teheran cadrà a forza di minacce e missili.
L’attacco al “socialista“ Venezuela piace all’influente e aggressiva componente latina nel Partito Repubblicano, a cominciare dal Segretario di Stato Marco Rubio. Senza contare l’effetto pubblicitario della war on drugs, già molto sfruttata sotto Ronald Reagan. E poco importa che il Venezuela non produca manco mezza pasticca di fentanyl, e che le rotte d’ingresso di stupefacenti negli USA passino dal Pacifico e non dai Caraibi.
L’attacco alla Nigeria, politicamente meno praticabile, dato che si tratta di una democrazia, seppure fragile, poggia però sulla “protezione dei cristiani”: parla perciò senz’altro a molti elettori americani, inclusi i MAGA. E la Nigeria non è dipinta solo come Paese islamico (mentre in realtà la componente cristiana e quella musulmana più o meno si equivalgono); è anche un Paese “nero”, il che non dispiacerà certo alla parte più razzista dei votanti trumpiani. Non per niente anche gli attacchi politici lanciati contro il Sudafrica in questi mesi sono stati motivati dalla reazione a un preteso “genocidio dei bianchi“ che sarebbe in corso laggiù ad opera dei “neri”.
Siamo ancora lontani da 4.850, ma anche solo l’unione di sette puntini può rivelare una forma che prima era nascosta, nella grande scacchiera globale ;)





A me sembra però che sminuire le persecuzioni in Nigeria non sia corretto. Il fatto che siano rivolte contro più gruppi non significa che non ci sia un intento persecutorio contro esponenti di una religione, anche se annodato con altre tensioni. La giusta e articolata critica contro l’arbitraria politica aggressiva trumpiana non deve sminuire un problema solo perché Trump ne fa un pretesto.