L'attacco
Mi scuserete: non credo alla crociata democratica di Trump e Netanyahu
E allora, perché USA e Israele attaccano l’Iran?
Penso che il nocciolo delle ragioni sia questo: tenere Teheran fuori dal tavolo dove si decidono gli equilibri in Medio Oriente, e dove si spartiscono opportunità e risorse - ora dominato da Israele e Arabia Saudita con il consenso della Casa Bianca.
Con i suoi 90 milioni di abitanti, con la sua estensione territoriale e il conseguente valore geopolitico, e con la sua capacità di influenza regionale, infine con le sue strutture politiche e il suo livello intellettuale, l’Iran pone una sfida molto seria a quell’egemonia.
In particolare:
1. Le sue grandi riserve di petrolio e gas, oggi vendute sottocosto alla Cina, se messe sul mercato metterebbero a repentaglio il predominio dell’Arabia Saudita nel settore.
2. La sua ottima capacità scientifica e tecnologica entrerebbe invece in concorrenza col dominio tech e militare di Israele, e gli avanzamenti nello stesso campo degli emirati del Golfo.
La capacità scientifica e tecnologica dell’Iran va sottolineata: non se ne parla mai (ed è un indizio...). Non solo sono capaci di costruirsi da soli l’atomica, oltre ad aver creato un settore industriale bellico avanzato, nonostante le sanzioni: sappiamo bene come l’aiuto iraniano, ad esempio nel campo dei droni, abbia consentito alla Russia di non pagare troppo care le sanzioni occidentali. Ma l’Iran è nella top 10 mondiale anche nel campo delle nano e bio tecnologie, nella ricerca avanzata, e nell’aerospazio. Entro due anni dovrebbe diventare il 12° Paese al mondo per produzione scientifica.
Ce n’è davvero abbastanza, dal punto di vista dei soggetti coinvolti, per tenere questo Paese costantemente sotto schiaffo.
L’accordo con l’Iran siglato nel 2015 dagli Stati Uniti di Obama e dall’Europa insieme alla Russia, e ferocemente criticato all’epoca proprio da Netanyahu, oltre che dai Repubblicani americani allora all’opposizione, andava nella direzione opposta: non escludere, ma includere Teheran negli equilibri di potere del Medio Oriente.
Appena eletto, dopo la sua prima vittoria, Donald Trump ruppe il trattato, ricacciando l’Iran nell’isolamento, e lasciandogli solo l’opzione dello scontro. Se si accusa l’Iran di aver mosso i fili dell’attacco di Hamas contro Israele del 7 Ottobre, bisognerebbe almeno riconoscere che quella scelta è figlia dell’arbitrio trumpiano del 2017.
L’ingresso dell’Iran nei BRICS il 1° gennaio del 2024 non fa altro che confermare il passaggio di questo Paese nella sfera d’influenza russo-cinese, e dunque rende più profonda la frattura con l’Occidente di obbedienza trumpiana che ha scelto il sentiero della guerra.
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Per il resto, sinceramente dubito che questo conflitto giovi agli Stati Uniti.
Trump aveva promesso la pace nel mondo, e invece scatena una guerra dopo l’altra. Io a quella promessa non ci avevo creduto, ma tanti sì: la sua base elettorale non è affatto contenta che il presidente torni a concentrarsi sul Medio Oriente. Ma non doveva rifare grande l’America? E la situazione in America è drammatica, con il conflitto sui dazi, la bilancia commerciale a rotoli, lo choc per le rivelazioni su Epstein. Alla maggior parte dell’opinione pubblica davvero non interessa che Khamenei ora sia morto, non sembra che la cosa possa aiutare Trump a recuperare popolarità in vista delle Mid-term di novembre.
A proposito di Khamenei, non staremo certo qui a rimpiangere una figura del genere, ma non è questo che conta. Se posso arrogarmi il diritto di uccidere una persona (che tra l’altro è un capo politico e religioso riconosciuto da milioni di persone) perché “è malvagia”, come ha fatto Trump riconoscendosi la responsabilità dell’assassinio dell’Ayatollah, allora cosa impedisce a una qualunque persona di uccidere un dirigente politico perché lo considera “malvagio”? E’ una domanda che vale a maggior ragione per un’America in cui la violenza politica è ormai dilagante ed endemica, come abbiamo visto dai fatti del Minnesota di gennaio. Ma anche dall’ultima intrusione, pochi giorni fa, di un uomo armato nella proprietà di Mar-A-Lago: Trump non c’era, ma quell’uomo non stava cercando di fare al presidente degli Stati Uniti la stessa cosa che il presidente degli Stati Uniti ha fatto a Khamenei?
L’immagine di un’Iran “liberato”, purtroppo, non può corrispondere alla realtà dei fatti. Guardiamo cosa è successo negli altri casi di regimi decapitati da un intervento occidentale nella stessa regione del mondo. Afghanistan, Iraq, Libia: Paesi distrutti, lunghi anni di guerra civile, radicalizzazione e violenza diffusa. Nessun passo avanti verso diritti o democrazia, ma destabilizzazione permanente.
Forse è proprio questo lo scenario che si cerca per l’Iran? E’ lecito pensarlo, visti i dati geopolitici di cui sopra. Nessuna delle potenze coinvolte, tanto meno gli Stati Uniti, ha gli strumenti per indirizzare lo scenario interno iraniano.
Se c’è qualcuno che può trarre benefici dalla guerra in corso, è soltanto il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Indietro nei sondaggi in vista delle elezioni di ottobre, l’attacco all’Iran gli permette di unire l’opinione pubblica (favorevole a stragrande maggioranza) e l’opposizione dietro al suo carro. La testa di Khamenei in questo caso funzionerà come trofeo, per un presidente che non ha mai promesso pace, ma guerra e sempre guerra contro tutti, “come gli spartani”.
Da non dimenticare un altro fatto cruciale: Israele è l’unica potenza nucleare in Medio Oriente, e tale vuole restare.
In effetti l’attacco all’Iran è coerente con i dettami bellici israeliani, che consistono nel destabilizzare e radicalizzare il proprio avversario per indebolirlo e soprattutto per continuare ad avere ragioni per colpirlo. In una serie di guerre combattute sempre in situazioni di vantaggio. E’ accaduto così con i palestinesi: i governi Netanyahu hanno favorito il rafforzamento di Hamas a Gaza, per indebolire la leadership più moderata in Cisgiordania, e per avere un avversario violento, screditato e attaccabile quando se ne presentasse il momento.
A lui ha fruttato vent’anni di potere. Ma, nemesi beffarda, ormai chi può comincia ad andarsene, sia da Israele che dagli Stati Uniti.


