Lo spartano
“Siamo isolati”, ha riconosciuto due anni dopo l'inizio degli attacchi militari lanciati “in risposta” alle stragi compiute da Hamas il 7 ottobre 2023. Benjamin Netanyahu in questo periodo ha usato l'esercito israeliano per radere al suolo e occupare la Striscia di Gaza ed espellerne la popolazione; per intensificare la colonizzazione della Cisgiordania; per invadere da terra e bombardare il Libano; per colpire e o uccidere in maniera mirata persone considerate pericolose per gli interessi nazionali sia nei summenzionati territori che anche in Siria, Iran, Iraq, Yemen e infine Qatar; per attaccare obiettivi ritenuti strategici in Iran.
Se la caratteristica chirurgica di alcune di queste operazioni ha senz'altro colpito gli osservatori in tutto il mondo, al momento il bilancio comprende oltre a devastazioni materiali di carattere biblico, anche decine e decine di migliaia di morti, la gran maggioranza dei quali civili, come non può far a meno di ammettere ormai la stessa IDF, oltre a un numero incalcolabile di feriti, mutilati, affamati. L'unico lato positivo è che ciò non accade con la stessa intensità in tutti i teatri di conflitto.
Ciò non sembra preoccupare il primo ministro israeliano. D'altronde sappiamo bene come senza questa infinita sequela di aggressioni e violenze esponenziali il suo governo sarebbe già caduto. Sappiamo altrettanto bene che Israele ha sabotato ogni tentativo di tregua, tra l'altro rompendo unilateralmente il cessate il fuoco di gennaio con Hamas (senza mai davvero rispettarlo, comunque).
L'attacco ai dirigenti di Hamas a Doha del 9 settembre, compiuto non solo dentro i confini di uno stato non direttamente coinvolto nei conflitti precedenti, ma anche impegnato in prima fila nella mediazione israelo-palestinese, va letto in quest'ottica. In Qatar si erano svolte persino le trattative tra i Talebani e gli Stati Uniti per il ritiro di questi ultimi dall'Afghanistan, e l'accordo raggiunto a inizio 2021: naturalmente non era saltato in mente agli americani di approfittarne per ammazzare in blocco l'équipe negoziale afghana. Tanto che gli americani continuano a parlare con gli afghani proprio a Doha, da allora: una sede negoziale internazionalmente riconosciuta, da decenni.
Sì dunque: ha consolidato la posizione di Netanyahu, emerso grazie all'assist di Hamas come il vincitore assoluto, insieme ai suoi alleati della destra suprematista religiosa e dei coloni, della crisi politica che ancora incombe su Israele. Nel Paese si è votato per ben cinque volte tra il 2019 e il 2022 - e nel 2023 nove mesi di proteste continue hanno accompagnato il tentativo dell’attuale governo Netanyahu di smantellare l'indipendenza della Corte Suprema. Ma a parte questo, qual è il bilancio di una stagione di conflitto ininterrotto, punteggiato tanto di avvenimenti quanto di sofferenze clamorose e inimmaginabili in precedenza?
Entrare nelle parole che accompagnano le azioni di una persona è sempre a trovare risposte; e il primo ministro israeliano è un oratore consumato, e abituatissimo ad esprimersi in inglese - non è dunque troppo difficile farlo, se tralasciamo il senso di repulsione per quanto ascoltato… In effetti Netanyahu, parlando alla conferenza “Cinquanta Stati – Un Israele”, che ha accolto dal 14 al 18 settembre svariati membri dei parlamenti statali degli USA, con l'obiettivo di convincerli ad approvare delle leggi che puniscano eventuali proteste o boicottaggi anti-israeliani, non è sembrato considerare né l'isolamento come un problema o un effetto negativo, né allo stesso tempo i due anni di guerra come sufficienti a risolvere i problemi di sicurezza del suo Paese. Ossia, non bastano mica.
Riecheggiando ancora una volta la narrativa trumpiana, il premier ha specificato che essere isolati “è una grande occasione per rafforzare le capacità nazionali, come la produzione di armi”. Certo, è lecito chiedersi come un piccolo Paese di meno di dieci milioni di abitanti completamente dipendente dall'industria cinese, dalle esportazioni in Europa e dall'energia americana, possa vivere di isolamento.
Ed è appunto lecito chiederselo persino per gli Stati Uniti: considerando i risultati chiaramente negativi dell'isolazionismo trumpiano, che ha portato cattivi dati economici (e una diminuzione della popolarità del presidente), nessun miglioramento nel sistema produttivo, tanto meno delle armi, il litigio con molti Paesi alleati, dal Canada all'Europa, e la lezione impartita dalla stessa Cina, impermeabile ai ricatti commerciali della Casa Bianca. Continuando sul parallelo sempre più evidente tra Washington e Tel Aviv, risalta un’ennesima coincidenza: così come gli Stati Uniti hanno pensato fosse una buona idea minacciare un partner fondamentale come l’India, con l’unico risultato di spingerla tra le braccia di Cina e Russia, così il bombardamento deciso da Netanyahu sul Qatar (contro il parere del Mossad) ha fatto infuriare tanto gli emiri del Golfo da rischiare di compromettere la fragile ma cruciale intesa che lega Israele e Arabia Saudita.
Ma “non c'è problema”, secondo Netanyahu, se Israele assume su di sé lo spirito di Sparta e degli spartani: “saremo una Super Sparta!” assicura. Specificando super, forse memore della fine della polis greca, famosa perché si liberava dei bambini inutili, cioè che non avessero il fisico adeguato a fare i soldati, e poi ridotta a poche rovine dimenticate e nessun segno di civiltà non appena un esercito più forte arrivò ad annullarne le capacità. Ma non è una lezione di storia, quella del premier israeliano: la verità non interessa al suo auditorio. E' piuttosto una seduta di auto-convincimento collettiva: “siamo la vostra avanguardia mediorientale”, dice ai rappresentanti americani, per persuaderli che Stati Uniti e Israele “combattono la stessa guerra, uniti dalla stessa missione in difesa della civiltà occidentale”, “dai tempi di Mosé a oggi”.
E allora perché Israele è “sotto assedio” “da parte di tutto il mondo”? La colpa ricade “sui troppi musulmani presenti in Europa, che condizionano con campagne violente e intimidatorie le scelte di quei governi”. Nuovamente, la verità va in un’altra direzione: i Paesi più nettamente schierati contro la politica israeliana dopo il 7 Ottobre, Spagna, Irlanda e Slovenia, hanno una quota di immigrazione musulmana più che trascurabile. In Germania, Paese invece piuttosto filo-israeliano, i residenti di origine islamica sono circa sei milioni. Ma non disturbino le fredde cifre il groupthink israelo-americano.
E - novità - c'è un altro assediante, secondo Netanyahu: la Cina, che insieme al Qatar inganna l'opinione pubblica mondiale attraverso le reti sociali su misfatti che non sarebbero stati affatto commessi a Gaza, né altrove. Per quanto possano suonare assurde, sono due teorie coerenti con le idee dei sostenitori Repubblicani del governo israeliano: e tanto basta.
Contro un mondo che ci vuole male, dovremo affrontare qualche anno di autarchia, aggiunge Netanyahu citando in questo caso Benito Mussolini – che reagì appunto nello stesso modo alle sanzioni internazionali contro l'invasione coloniale dell'Etiopia nel 1936, e beneficiandosene molto dal punto di vista della popolarità.
Insieme all'autarchia, Netanyahu ha auspicato anche maggiori spese per la difesa: “sì, abbiamo punito l'Iran”, afferma – pur senza avere un solo elemento per sostenere che l'attacco effettuato insieme agli Stati Uniti sia stato un successo – ma “nuove minacce sostituiscono sempre le vecchie, è come un cancro: bisogna agire per non morire”. Questo lessico da fortino assediato, da scelta tra la vita e la morte, ha accompagnato sotto i suoi governi, dal 2014 al 2024, un aumento delle spese militari del 135%; e se a noi italiani sembra improponibile la soglia del 5% del pil, Israele dedica il 9% del suo prodotto interno lordo alla difesa. Nessun Paese del mondo destina una quota simile delle sue ricchezze alle armi, nemmeno la Russia, con l'eccezione dell'Ucraina invasa: un primato che Israele ha conquistato negli ultimi due anni.
Come finanziare l'ulteriore aumento della spesa per armamenti? Con “tagli draconiani alla burocrazia”, ha affermato Netanyahu seguendo ancora una volta il solco tracciato da Trump, e probabilmente i disastri che ciò comporta, “che altrimenti ci metterebbe i bastoni tra le ruote”. Da Washington il semaforo resta sempre verde, ma in effetti negli ultimi mesi è emersa la contrarietà di molti elementi importanti nel sistema di difesa israeliano, sulle decisioni del governo. In particolare rispetto a quella di occupare completamente la Striscia di Gaza, criticata dagli stessi capi dell’IDF, ma anche sull’attacco al Qatar, come detto censurato dal Mossad. L'operazione appena lanciata sulla Striscia è già costata uno spaventoso numero di vittime, ulteriori definitive devastazioni, e contrarietà internazionale, senza offrire alcun apparente vantaggio strategico. Chissà che l'accenno del premier non sia una minaccia diretta proprio contro gli ambienti interni che lo criticano, perché invece si allineino, come accade negli USA.
Quanto detto probabilmente sarà anche la base del suo programma per le prossime elezioni, da tenere entro ottobre 2026. “Romperemo l'assedio, vinceremo ancora una volta”, garantisce ai suoi, come a dire “vi ho portati fin qui, ma non preoccupatevi, ne usciremo in scioltezza”. Certo, “avremo molti impedimenti”, riconosce il settantaseienne Netanyahu, alla guida del suo sesto governo e pronto a festeggiare i vent'anni da capo del suo partito, il Likud, posizione che ereditò da Ariel Sharon. Ma “cambieremo la faccia del Medio Oriente”, aggiunge con scarsa modestia.
Nessuna intenzione di andare in pensione per l'uomo che più di ogni altro ha impresso la forma e la sostanza di Israele nel XXI secolo, e che chiude il suo discorso sentenziando: “la vita è più importante della legge”. Una massima che lo spartano Netanyahu ha certamente applicato alla sua vita politica.




