Nuvole
”Vanno, vengono
ogni tanto si fermano
e quando si fermano
sono nere come il corvo
sembra che ti guardano con malocchio
Certe volte sono bianche
e corrono
e prendono la forma dell'airone
o della pecora
o di qualche altra bestia
ma questo lo vedono meglio i bambini
che giocano a corrergli dietro per tanti metri
Certe volte ti avvisano con rumore
prima di arrivare
e la terra si trema
e gli animali si stanno zitti
certe volte ti avvisano con rumore
Vengono vanno ritornano
e magari si fermano tanti giorni
che non vedi più il sole e le stelle
e ti sembra di non conoscere più
il posto dove stai
Vanno vengono
per una vera mille sono finte
e si mettono lì tra noi e il cielo
per lasciarci soltanto una voglia di pioggia.”
...Chi ha ascoltato l'album di Fabrizio De André avrà presente questo indimenticabile incipit. Versi che racchiudono tutto il senso delle canzoni seguenti: l'avvento di un mondo annerito e irriconoscibile, sformato, privato di luce.
Cioè quello che sentiamo di avere intorno adesso.
L'Europa dopo la pioggia (II), intitolò Max Ernst un grande dipinto che completò fuggitivo in America dall'Europa occupata dai nazisti. Un indefinibile panorama desolato e decomposto, dove due solitarie figure semiumane campeggiano tra i resti dismessi di "qualcosa". Qualcosa di grande che non c'è più. Il cielo è limpido e azzurro: le nuvole sono passate, ecco ciò che hanno lasciato.
Non possiamo stupirci se quella guerra disseminasse angosce incurabili. "Il mondo di ieri" dell'austriaco Stefan Zweig forse è l'esempio più classico del rimpianto di ciò che c'era prima delle nuvole. Il giorno dopo aver consegnato il manoscritto, lo scrittore si suicidò - febbraio 1942. Il sottotitolo del libro era "Ricordi di un europeo".
Mai rassegnarsi: tre anni dopo la guerra finiva positivamente - in Europa col suicidio dell'altro austriaco, quello malvagio, che ci convinse che avremmo di nuovo riconosciuto il posto dove stavamo. Che il nostro continente-incontinente, capace di riversare il suo meglio e il suo peggio su tutto il pianeta, poteva diventare una terra di giustizia, equità e progresso. Aperta: tutti dentro.
L'Europa che prendeva la forma dell'airone, e noi bambini che le correvamo dietro.
Non la si prenda per un'infantile insensata ingenuità: insieme liberali, conservatori e socialisti si sono messi a pensarla e costruirla così. In modo anche spesso contestabile; ma con quell'obiettivo. E' contro quell'idea che il ritorno del nazionalismo e dell'estrema destra si è schierato: "Spero di vivere abbastanza per veder crepare l'Europa", disse memorabilmente Jean-Marie Le Pen negli anni '80. Fino alla Brexit è andata così.
Ma oggi sua figlia e i suoi figlioletti hanno capito che la faranno crepare meglio da dentro. Applicando alla UE una politica fintamente "nazionalista", ma asservita alle forze del grande capitale internazionale, di estrazione americana. Annichilire l'Unione Europea per far prosperare la propria "nazione", dicono, ma in realtà annichilire la società per far prosperare i listini di qualche multinazionale.
Il paradosso che lo rende possibile? La classe politica che aveva fatto l'Europa è finita ad inchinarsi al loro progetto. Economicamente, accettando piani commerciali (dazi), industriali (riarmo, no green deal), energetici (acquisto GNL), fiscali (esenzione big tech), finanziari (a danno di ciò che resta dell'economia reale), che servono soltanto a gonfiare la capitalizzazione delle aziende americane o a ripianare il bilancio pubblico USA. Politicamente, accettando la linea di Washington sull'Ucraina, sul Medio Oriente, sulla Cina - sulla distruzione del multilateralismo, del diritto internazionale e della separazione dei poteri. In nome di un culto della forza, ma in realtà della debolezza, che produce centinaia di migliaia di vittime e conflitti infiniti. Senza alcun vantaggio. L'Europa sepolta dietro la NATO: una linea che ci costa la completa irrilevanza, oltre al disprezzo della comunità internazionale, e una cittadinanza che non ci crede più. Il rifiuto di sanzionare Israele, reiterato oggi al Consiglio dei ministri degli Esteri, ha ormai soprattutto del ridicolo.
In un momento enorme, fatidico, non conosciamo più il posto dove stiamo, e le nuvole sono tra noi e il cielo.
Centrale, in questo, lo slittamento degli Stati Uniti. Dalle forze che spingevano in direzione del progresso (emancipazione degli ebrei, dei neri, integrazione degli immigrati, riequilibrio pubblico del capitalismo), a quelle che promuovono il suo contrario. Un declino sociale e umano quarantennale. Uno slittamento tale da far apparire per traslazione Russia e Cina (!!) come nuclei di pace e razionalità.
La domanda che resta è perché la classe politica europea l'abbia lasciato accadere. E' la peggiore di sempre, si dice. Ma perché proprio questa? Perché si crogiola in nicchie privilegiate e autoreferenziali che le impediscono di cogliere la realtà, o di interessarsi delle sue implicazioni per l'insieme della cittadinanza? Perché la nostra democrazia è ormai decrepita e corrosa, e non può produrre che questo, la distruzione delle sue basi universalistiche? Perché finanza e tech se la sono comprata, o la ricattano? Perché la decomposizione delle forze collettive che la alimentavano ne provoca la passività? Perché il sistema di istruzione superiore non promuove più intelligenza critica, ma conformismo? Per il fascino che esercitano la forza bruta, l'eccitazione violenta e delirante promossa da oltreoceano (l'entusiasmo di Washington nel gettarsi nell'abisso umano scavato da Tel Aviv è rivelatore), in una società già polarizzata e atomizzata da un uso incontrollato dei social?
Ipotesi su cui interrogarsi quando abbiamo voglia di pioggia.
L'orizzonte europeo - in maniera critica e consapevole, senza utopismi – resta per me il solo possibile per far scorrere via quelle nuvole nere come il corvo, ferme da tanti giorni. Ma bisogna spingercele, via. Non succederà senza che ci riprendiamo dalla destra, che ce l'ha tolta, la capacità di coagulare la rabbia e lo scontento.



